Il consumo di prodotti bio non ha risentito della crisi ed anzi il settore ha assistito a crescite da capogiro in tutta Europa perché l’utente consapevole è sempre più attento a processi produttivi rispettosi dell’ambiente ed al consumo di prodotti salubri.

Assieme al Nord America, l’Europa è il mercato principale per gli alimenti biologici, con una crescita annua del 10-15%. In Italia le imprese inserite nel sistema di certificazione per l’agricoltura biologica sono 55.494, dato in costante crescita. Nel 2015 la superficie coltivata secondo il metodo biologico in Italia, risulta pari a 1.387.913 ettari, con un aumento complessivo, rispetto all’anno precedente, del 5,8%. In percentuale sul totale della superficie coltivata in Italia, il biologico arriva quindi ad interessare l’11,2% della SAU (superficie agricola utilizzata) nazionale Le Regioni in cui sono presenti il maggior numero di operatori biologici sono la Sicilia (9.660), la Calabria (8.787), la Puglia (6.599). In queste Regioni si concentra oltre il 45% del totale degli operatori italiani.

Affinchè un prodotto possa essere etichettato come biologico è necessario che ottenga certificazione e garanzia da parte degli Organismi di Controllo riconosciuti dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (o dalla UE, se sono esteri). Tutti gli operatori del settore lungo tutta la filiera produttiva (aziende agricole, aziende di trasformazione, di confezionamento e distribuzione) devono essere sottoposti al controllo da parte di uno degli Enti riconosciuti dal Ministero.

L'agricoltura biologica è disciplinata dal Regolamento 834/07, dal Regolamento applicativo 889/08 e dalle successive modifiche ed integrazioni, che definiscono le norme di produzione, il sistema di controllo, le caratteristiche dell’etichettatura e le modalità di importazione da paesi extra UE.

Un prodotto lavorato (ad es. un biscotto) può essere etichettato come “biologico” se almeno il 95% degli ingredienti che lo compongono è di origine agricola bio. Tuttavia non esiste, né a livello locale né a livello nazionale, un vero e proprio mercato del biologico, inteso quale luogo di incontro, anche virtuale, di operatori e di contrattazione nell’ambito della quale scaturisce un prezzo di riferimento. Questo è uno dei grandi problemi del settore, poiché l’assenza di riferimenti precisi, garanzie e meccanismi di controllo reciproco porta sempre con sé fenomeni più o meno evidenti di sfruttamento a carico soprattutto dei produttori. Il mercato vero del biologico ancora oggi è da ricercare nelle piccole piazze a livello locale o nel contatto costante con un gruppo ristretto di consumatori affezionati.

Generalmente il costo del biologico viene identificato con la quota che l’organismo di controllo richiede per la certificazione. Tuttavia un costo non indifferente riguarda anche il tempo richiesto per la compilazione dei registri e l’impegno costante relativo alla ricerca dei mezzi tecnici o all’attività di prevenzione e monitoraggio dei parassiti. Il costo può variare da poche centinaia di euro, per le aziende di minore estensione, senza attività di trasformazione e con colture semplici da controllare, fino a diverse migliaia di euro quando i suddetti parametri diventano sempre più consistenti e complessi.

Non tutto ciò che viene etichettato come bio però è tale. Si chiama Matrina, il finto prodotto bio trovato dalla Guardia di Finanza a fine 2014 e oggetto dell’operazione Mela stregata e di indagini e sequestri in tutta Italia, 366 esercizi commerciali italiani avrebbero acquistato fertilizzante destinato all’agricoltura biologica per lo più proveniente dalla Cina e dall’India. Spacciato per naturale e adatto all’agricoltura biologica e biodinamica, è risultato invece dalle analisi pericoloso per la salute e non conforme alle leggi. 

Con la sentenza depositata il 24 agosto n. 35387/2016 la Corte di Cassazione ha stabilito che la distribuzione di prodotti convenzionali illecitamente qualificati come bio, integra il reato di frode in commercio, fattispecie che sussiste anche quando il prezzo di vendita del prodotto "taroccato" è uguale a quello tradizionale e non c'è un guadagno economico diretto.

La Suprema Corte ha respinto il ricorso dell’amministratore unico e del gestore di fatto di una società ortofrutticola che acquistava arance da un’altra s.r.l. e le metteva in commercio dopo averle etichettate. Proprio questo passaggio era finito nel mirino degli inquirenti. In seguito a una perquisizione nei locali della società che faceva capo ai due imputati erano state sequestrate le etichette di una ditta, costituitasi poi parte civile, che attestavano la produzione biologica di numerose confezioni di arance coltivate con metodi convenzionali.

Milano, 26.08.2016

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